Il gruppo di formazione: “gruppo balint”

Il testo che gli diede maggior rilevanza, anche al di là dello stretto ambito psicoanalitico, fu quello scritto (1957) assieme alla seconda moglie Enid: “Medi­co, paziente e malattia” (traduzione italiana Feltrinelli 1961). In questo testo Balint, partendo dalla situazione allora in atto in Inghilterra a proposito della modalità di considerare negativamente o ignorare  la “psicoterapia” da parte della “psichiatria” e della “medicina” ufficiali suggerisce la possibilità di estende­re l’ambito di influenza della psicoanalisi partendo dalla utilizzazione del poten­ziale esistente nell'esercizio della professione medica.

Lo strumento utilizzato fu costituito da seminari che non costituiscono una terapia di gruppo, ma favoriscono la “ricerca e formazione” (“gruppi Balint”) e sono centrati sull’indagine del "modo in cui il medico utilizza la sua personalità, le sue convinzioni scientifiche, i suoi moduli di reazione automa­tici" (controtransfert nei confronti del paziente), mirando alla  “formazione” del partecipante al “gruppo”, attraverso "una modificazione notevole sep­pur parziale della sua personalità”

Qualcosa che Balint paragonò all'imparare a sciare.

IL GRUPPO BALINT

Il “GRUPPO BALINT” può essere definito come un “piccolo gruppo di formazione con conduttore continuo eterocentrato ad orientamento psicoanalitico” (Lai 3° incontro Internazionale Balint di Ascona 1975).

Sulla base del modello psicoanalitico (da quello classico centrato sulle pulsioni a quello della relazione d’oggetto ed oltre) le singole vicende della personale storia di vita porterebbero alla costruzione di una struttura personologica, caratteristica di ogni individuo, quale risultante di tutto il tragitto esistenziale dallo stesso percorso nel proprio contesto socio – culturale. Sembrerebbe allora abbastanza plausibile ritenere che la risposta comportamentale dell’individuo possa essere più o meno variata in situazioni relazionali e ambientali differenti. Ciò in funzione della sua storia personale e del livello di risonanza emozionale che ogni situazione presente, comprese quelle di tipo professionale, stimola nella parte (soprattutto inconsapevole) della sua personalità. Sono pertanto molte le situazioni che possono attivare comportamenti che sfuggono alla consapevolezza del soggetto.

La situazione professionale legata ad ogni livello della pratica sanitaria,  può essere una di queste. L’operatore del mondo della salute sarebbe pertanto soggetto al rischio che una parte della sua comportamentalità professionale, sfuggendo alla sua consapevolezza, colori in maniera negativa il rapporto con il soggetto in cura. La pratica psicoanalitica, ha da tempo messo in evidenza l’importanza della risposta dell’analista al comportamento del paziente quale componente dell’equazione emotiva personale e viene definita come controtransferale. La metodologia formativa dello psicoanalista comporta pertanto la necessità, per lo stesso, di verificare, tramite un trattamento personale a cui si sottopone, la pregnanza delle proprie dinamiche pulsionali attivate nel rapporto terapeutico. Balint ha cercato di applicare analogo principio ad un gruppo di operatori che, per la professione svolta, sono particolarmente esposti a comportamentalità inconsapevoli, quindi potenzialmente inadeguate, in risposta alle richieste di pazienti che tuttavia non necessitano di un approfondimento dell’indagine al di là di certi livelli.

Alla condizione di regressione sul piano emozionale che, realizzata nella situazione analitica, permette il riemergere nella relazione con l’analista di comportamenti legati a conflittualità rimosse, Balint ha sostituito la condizione di regressione che il soggetto sperimenta, seppure in grado  minore, partecipando ad un gruppo moderato da un conduttore. Trovandosi di fronte a professionisti che non hanno, come gli analisti, la necessità di utilizzare con finalità terapeutiche specifiche il proprio inconscio, ma a medici in cui l’elemento “personalità professionale” rappresenta il supporto della loro operatività terapeutica, si trattava di elaborare una metodologia che permettesse di focalizzare l’esperienza emotiva vissuta nel gruppo soprattutto a livello della comportamentalità professionale, nei confronti del rapporto col paziente.

L’elemento portante di tale metodologia venne individuato nel “racconto di un caso in gruppo” ed utilizzato come innesco per le interazioni tra i partecipanti. Così come nella tecnica psicoanalitica la libera associazione costituisce il tramite per la possibile emergenza di contenuti dell’inconscio personale dell’analizzato, nel gruppo le interazioni sul racconto permettono l’emergenza di comportamentalità emotive e di stereotipie professionali da parte del medico.

Il relatore, tramite le risposte che gli provengono da prospettive diverse da quella in cui lui è situato, ha la possibilità di rendersi conto di certe caratteristiche del suo agire professionale di cui non era consapevole. I vari partecipanti, grazie alla continuità del gruppo, hanno tutti la possibilità di essere più volte relatori con la possibilità di divenire consapevoli dei propri atteggiamenti, oltre che per la possibile comparazione tra le esperienze fatte nel gruppo e quelle nella propria attività professionale, anche attraverso movimenti di identificazione con gli altri membri.

Gli interventi del conduttore, basati anche sulla conoscenza delle dinamiche che si attivano nel gruppo, servono per esplicitare quegli aspetti della relazione medico – paziente che è utile presentificare. Quanto detto sarebbe alla base del raggiungimento, da parte dei partecipanti, di quella che Balint ha definito “una modificazione parziale ma significativa delle personalità”.

Questo gruppo, nella sua forma classica, è composto da medici (generici e specialisti vari) che, con la conduzione di uno psichiatra di formazione psicoanalitica, discutono di quei casi della propria pratica professionale che hanno portato alcune difficoltà sul piano della relazione personale col paziente. Il lavoro del gruppo si struttura partendo dal “racconto” di un caso professionale prodotto in discussione da uno dei partecipanti. Terminata la presentazione del caso, i rimanenti partecipanti, se lo desiderano, pongono delle domande, formulano ipotesi, esprimono pareri e considerazioni sul “caso”.

Nel corso dei 60 – 90 minuti circa di durata della discussione, il “conduttore” modera gli interventi cercando di sottolineare gli aspetti che appaiono significativi rispetto al “racconto del caso” ed alle interazioni avvenute tra i partecipanti. La frequenza degli incontri e la durata nel tempo possono variare anche se, preferibilmente, gli incontri sono settimanali o quindicinali e si svolgono nel corso di qualche anno.

Alcuni “gruppi” sono composti sempre dagli stessi partecipanti (gruppi chiusi), mentre altri prevedono l’inserimento di altri membri nel corso del loro svolgersi nel tempo (gruppi aperti).

Il “Balint” può essere inserito nel vasto panorama di gruppi tipici in base agli elementi che lo caratterizzano. Essi sono: il numero dei partecipanti, la finalità perseguita, il tipo di conduzione, la periodicità degli incontri, la focalizzazione del lavoro, l’impostazione teorica di riferimento.

·         Numero di partecipanti

La presenza ottimale di 10 – 15 membri permette agli stessi di sedere in circolo e parlare avendo ciascuno la possibilità di osservare gli altri. Tale caratteristica permette di definire il “Balint” come “piccolo gruppo” o “gruppo a vis a vis”.

·         Finalità perseguita

E’ quella della formazione del medico (o comunque quella dell’operatore che fa parte dell’esperienza) al rapporto professionale col paziente sul piano relazionale.

Il gruppo assume pertanto la caratteristica di “gruppo di formazione” e va quindi distinto da quei tipi di gruppi che hanno come finalità l’intervento terapeutico e che sono pertanto definiti “Gruppi di Terapia”.

·         Conduzione

Questo gruppo prevede la presenza di un “conduttore” e pertanto appartiene alla categoria dei “gruppi con conduttore”.

·         Periodicità degli incontri

L’attività di questo gruppo si articola attraverso una serie di incontri, scaglionati nel tempo, con periodicità prefissata. Esso può pertanto essere definito del tipo “continuo” e va differenziato da quei gruppi definibili “Una Tantum” che sono caratterizzati da una singola esperienza di gruppo oppure, più spesso, da una serie di esperienze di gruppo concentrate nell’ambito di un unico incontro che dura qualche giorno (esempio: i “T. Groups”).

·         Focalizzazione del lavoro

Il lavoro del gruppo è focalizzato sulla discussione dell’esperienza di lavoro fatta dal medico nel momento del suo incontro col paziente e portata in gruppo tramite il “racconto” fatto dal “relatore”. Si tratta pertanto di un “gruppo eterocentrato” che lo differenzia da quei gruppi, definiti “Autocentrati”, in cui il lavoro è focalizzato su quanto avviene nell’hic et nunc dell’incontro e di quanto avviene tra i partecipanti (T. Groups – Gruppi di Psicoterapia).

·         Orientamento teorico

Si tratta di un gruppo di netta derivazione psicoanalitica e pertanto può essere definito di “orientamento analitico”.

LA TECNICA

Il conduttore  C

richiede ai partecipanti di parlare di un caso della propria attività professionale che abbia procurato disagi nella relazione interpersonale con il proprio paziente. Regola inoltre gli scambi comunicativi  (funzione semaforica) con modalità diverse dal cogliere le modalità comunicative verbali e non verbali, sino a trasformarli in spunti interpretativi.

  • La gestione della dinamica attivata mette in evidenza le differenze di conduzione quali espressione della impostazione culturale (modello di riferimento) del conduttore, sia come modalità sia di contenuto dei suoi interventi
  • Componenti dinamiche attivate:

-          una componente di auto-centratura caratterizzata dati oggettivi raccontati

-          la tecnica dell’eterocentratura che permette di riferire (nel presente) eventi professionali accaduti (in passato) nel corso della attività professionale del relatore (quindi al di fuori del gruppo)

-          risonanze emotive costituite dalla atmosfera del gruppo e dalla immedesimazione personale nella vicenda professionale portata attraverso il racconto

Un membro del gruppo

che si costituisce come relatore “R” racconta una propria relazione professionale che gli provoca  disagi o difficoltà con un/a particolare paziente.

Il racconto del caso

porta nel gruppo dati oggettivi legati al là e allora della professione del relatore che sono espressi verbalmente ma attiva anche dei vissuti emozionali nei componenti del gruppo.

Gli altri membri del gruppo

pongono al relatore delle domande per ottenere ulteriori informazioni relative a specifici aspetti

del caso a cui il relatore risponde.

Finalità di domande e risposte

  • • Fare emergere elementi ed aspetti inespressi durante il racconto del caso
  • • Aumentare  le conoscenze a livello culturale dei partecipanti
  • • Favorire  un apprendimento emozionale sia del relatore che dei partecipanti al gruppo

Setting

All’interno del gruppo non avviene altro che uno scambio di parole in quanto:

  • il relatore non porta alcuno scritto
  • i partecipanti non prendono appunti

Tuttavia è ammessa la registrazione audio e video (con l’accordo di tutti i partecipanti)

PIIEC e  formazione balintiana

La modalità terapeutica che abbiamo indicato come P.I.I.E.C. (comportante la integrazione motivata tra tecniche diverse, ma tra loro compatibili), si muove ed opera nell’ambito di un’impostazione metodologica di tipo psicosomatista, che comporta un approccio globale (in senso “olistico”) e personalizzato su ogni singolo paziente.

Muovendosi secondo tale impostazione la Società Italiana di Medicina Psicosomatica (S.I.M.P.), che statutariamente svolge un’attività di formazione per i propri soci, ha adottato da parecchi anni la tecnica balintiana, inserendola nel contesto delle tecniche formative adottate. A questo proposito la S.I.M.P. cura, tramite le proprie sezioni periferiche, l’organizzazione, oltre che di corsi di informazione sulla Medicina Psicosomatica, anche la strutturazione di esperienze formative in gruppo quali appunto: i gruppi “Balint”, quelli  di “Psicodramma” e di “Gioco del Ruolo”

La conduzione dei gruppi è affidata, nel rispetto degli accordi vigenti in campo internazionale, ad animatori di gruppo: medici, psichiatri, psicologi che abbiano esperienza analitica personale ed un adeguato training in gruppo. Questo per evitare i rischi connessi alla leggerezza ed alla superficialità con cui a volte vengono affrontate esperienze di gruppo o psicoterapiche in genere.

Tale rigorosità di setting può andare, apparentemente, a scapito di una rapida risposta alle domande di formazione, ma rappresenta una garanzia della validità della stessa, soprattutto se integrata con  l’apprendimento di modalità operative a più rapido impatto a livello clinico.

È a questo livello che va valutata l’incidenza che può avere l’integrazione di una attività di tipo balintiano nel ventaglio di una programmazione formativa di tipo integrato.

Tale valutazione parte dalla caratteristica fondamentale, non da tutti considerata, che il gruppo Balint non è un gruppo di psicoterapia, ma di formazione e pertanto di apprendimento o di addestramento a riconoscere una specifica modalità comportamentale che, nel caso del “Balint”, va riferita allo svolgimento di una attività professionale di tipo sanitario (che meglio lo specifica nel contesto dei gruppi eterocentrati) fondamentalmente basata sulla relazione interpersonale.

Nel caso specifico del lavoro alla Balint  l’apprendimento è centrato sulle risonanze emozionali ed affettive che vengono attivate, dalla “relazione d’aiuto”, nel vissuto personale del professionista terapeuta al momento (là e allora) dell’incontro terapeutico, riattivate al momento (qua e ora) dell’esperienza nel gruppo.

Aspetto questo che differenzia la caratteristica formativa del Balint nei confronti di modalità formative, che sembrano essere attualmente privilegiate, esclusivamente centrate sull’aspetto operativo (in genere regolato da specifici “protocolli” che indicano cosa fare, o far fare, con il o al paziente). Modalità che possono essere certamente utili, specialmente per molti operatori agli inizi della professione, purché il meccanicismo operativo non accentui la “oggettivizzazione” del paziente e non trasformi la professionalità individuale in una robotizzazione da servizio di manutenzione con la conseguente disumanizzazione del rapporto.

L’esperienza balintiana può costituire un valido strumento per colmare il vuoto relazionale di tali tecniche. Perseguendo la finalità integrativa, anche a livello formativo, propria della P.I.I.E.C., la tecnica balintiana entra nella costruzione del ventaglio costituito dalle modalità formative che sono proprie delle tecniche integrate che costituiscono la P.I.I.E.C..

Elisa .Faretta:  Direttivo SIMP e Responsabile del Centro Studi P.I.I.E.C.

Antonio Minervino: V.presidente e responsabile dell’attività formativa della S.I.M.P.

Piero Parietti: Presidente della SIMP e Direttore Scientifico del Centro Studi P.I.I.E.C.