Terapia basata sulla compassione (TFC)

Compassion Focused Therapy (CFT), in italiano “Terapia basata sulla Compassione“, è un approccio psicoterapeutico di recente diffusione che fa parte delle psicoterapie cognitivo-comportamentali mindfulness-based, più note come approcci “di terza onda” o “terza generazione”.
La CFT è stata sviluppata dal Paul Gilbert (2005), professore di psicologia presso l’Università di Derby nel Regno Unito, da anni impegnato nella ricerca scientifica sul senso di colpa, sulla vergogna e sull’autocritica, da egli ritenuti elementi centrali di molti disturbi psicologici, dalla depressione alle psicosi.

La Terapia basata sulla Compassione integra elementi tratti dagli insegnamenti buddisti (ruolo della sensibilità e della motivazione ad alleviare la sofferenza: “se vuoi che gli altri siano felici, fai pratica di compassione, se vuoi essere felice tu stesso, fai pratica di compassione” (Dalai Lama, 1995), con l’approccio evoluzionistico alle neuro scienze e alla psicologia sociale, connesso alla psicologia e alla neurofisiologia del comportamento di accudimento, sia del dare che del ricevere e si struttura su una serie di interventi derivati dalla terapia cognitivo-comportamentale (TCC) e da altri approcci terapeutici.

L’intervento è mirato a far sviluppare nei pazienti la capacità di provare emozioni positive connesse alla sensazione di calma e di benessere attraverso la compassione per se stessi, per gli altri e l’abilità di essere sensibili alla compassione degli altri. Vengono quindi sviluppati pattern di regolazione affettiva, configurazioni cerebrali ed esperienze del sé che sono alla base dei processi di cambiamento.
Ha come focus l’attenzione, il ragionamento e la ruminazione, il comportamento, le emozioni, le motivazioni e l’immaginazione.

Si avvale di diversi strumenti: la relazione terapeutica, il dialogo socratico, la scoperta guidata e la psicoeducazione, le formulazioni strutturate, le tecniche di monitoraggio dei pensieri, dei comportamenti e delle sensazioni corporee, la catena di inferenze, l’analisi funzionale, gli esperimenti comportamentali, l’esposizione e i compiti graduali, l’immaginazione basata sulla compassione, il lavoro “con le sedie”, la rappresentazione di differenti sé, la mindfulness, le tecniche finalizzate ad aumentare la tolleranza emozionale, a comprendere e fronteggiare i conflitti e gli stati emotivi complessi, ad aumentare la motivazione e la pratica e mettere in luce i meccanismi proiettivi, la mentalizzazione, la scrittura espressiva (lettere), il perdono e la distinzione fra la critica di sé basata su sentimenti di vergogna e la correzione di sé basata sulla compassione, gli homework tra una sessione e l’altra e la pratica guidata.

L’autocritica e la compassione di sé operano per mezzo di processi cerebrali simili a quelli che vengono stimolati quando sono altre persone ad essere critiche o compassionevoli verso di noi.
Le evidenze a sostegno di questa ipotesi derivano dagli studi sull’empatia, i neuroni specchio (Decety e Jackson, 2004) e da un recente studio sull’autocritica e la compassione di sé attuato utilizzando la risonanza magnetica funzionale (f MRI; Longe et al, 2010) .

Come hanno evidenziato Cozolino (2007) e Siegel (2001) “sentirsi accuditi, accettati e avere un senso di appartenenza e di affiliazione agli altri è fondamentale per la nostra maturazione fisiologica e per il nostro benessere”. Questi due aspetti sono connessi a particolari tipi di emozioni positive associate al benessere e ad un profilo neuro-ormonale caratterizzato da maggiori livelli di endorfine e ossitocina. Queste emozioni positive, caratterizzate da una sensazione di calma e di pace, possono essere distinte da quelle proprie dell’attivazione psicomotoria, connesse alla realizzazione di obiettivi, all’eccitamento e alla ricerca di risorse.

Recentemente le componenti della compassione sono state indagate dalla ricerca scientifica occidentale (Gilbert, 2005c, 2009a) e attualmente ci sono evidenze che la pratica della compassione ha effetti positivi sia a livello psicologico che fisico, con ricadute sul sistema neuroendocrino e immunitario (Davidson 2003; Lutz et al. 2008). L’importanza di un approccio empatico e “compassionevole” in psicoterapia non è certo nuovo (Rogers, 1957); solo di recente però il concetto di compassione è stato più volte preso in considerazione esplicitamente per spiegare alcune dinamiche di cambiamento che avvengono in psicoterapia.

Attualmente la CFT, soprattutto nel Regno Unito, è utilizzata per il disturbo post-traumatico da stress, le psicosi, i disturbi dell’umore, i disturbi alimentari, il dolore cronico.
Come Gilbert stesso ammette le ricerche di validazione dell’efficacia sono ancora troppo poche, ma promettenti.